Il portfolio del mese: Irgen Salianji

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Il portfolio del mese: Irgen Salianji

[NOTE TO NON-ITALIAN SPEAKERS: click here to read the English version of this interview]

Bentornato! Circa un mese fa, ho inaugurato una nuova rubrica qui su The CTRL+Z Blog: “Il portfolio del mese”.

Una serie di conversazioni con giovani architetti o studenti come te, esclusivamente dedicate a come costruire un portfolio di architettura. Nello scorso articolo della rubrica ho ospitato Monty, ex tirocinante presso BIG e Coop Himmelb(l)au: puoi leggere l’intervista a questo link.

Ora, ho una piccola confessione da farti:

queste interviste mi stanno davvero aprendo un mondo, e ora più che mai comprendo quanto sia importante confrontarci con esperienze e storie diverse.

Perché anche il portfolio, in sé, è una storia, giusto? :-)

Oggi sono felicissimo di ospitare Irgen, fondatore del collettivo Architects for Urbanity, mio collega presso Mecanoo ed ex tirocinante di OMA. Laureato presso l’Università della Tessaglia (Grecia), Irgen ha lavorato a scale diversissime, intese sia come scala architettonica che come dimensione degli uffici, e proviene da esperienze lavorative presso Shift A+U e MONOLAB.

Il portfolio di Irgen è un mix di scale, stili di rappresentazione e concept davvero azzeccato. Se sei curioso e vuoi dare un’occhiata subito, vai alla fine dell’articolo!

Altrimenti, mettiti comodo e leggi cosa mi ha raccontato Irgen del suo portfolio. Spoiler alert: è roba davvero interessante!

Allora, ci sei? Iniziamo!


Federico: Innanzitutto, grazie per avermi concesso il tuo tempo e per aver accettato di avere questo confronto con me. Sono stato davvero colpito dal tuo background: hai lavorato a progetti di livello e dimensioni così diversi fra loro, è notevole! Mi riferisco anche alle dimensioni degli studi con cui hai lavorato. Com’è cambiato il tuo portfolio nel corso della tua carriera?

Irgen: Beh, ho iniziato da MONOLAB, un piccolo studio a Rotterdam, e la prima volta che ho costruito un portfolio è stata per la mia prima domanda di lavoro all’estero. Inizialmente, ho cercato di renderlo il più fantasioso possibile. Ovviamente, cercavo spunti in diversi blog, e anche ISSUU era una fonte d’ispirazione piuttosto popolare. Tuttavia, è solo quando inizi a discuterne con colleghi e compagni che porti effettivamente il tuo portfolio a un livello successivo.

Ho notato che ogniqualvolta facevo domanda per un nuovo lavoro, il mio portfolio avanzava di uno step. Quindi, anche se il mio primo portfolio era alquanto estroso, non era completo e ben organizzato come quello che ho costruito dopo averne discusso con altri colleghi, dopo aver guardato altri portfolii e dopo esserci confrontati.

In questo senso, il portfolio che ho realizzato per la mia domanda a OMA ha riscosso un discreto successo, visto che ho ottenuto cinque colloqui su venti domande inviate. Quel portfolio lì si basava più sui tipi di progetto mostrati, che sull’aspetto grafico o sull’impaginazione. Il fatto è che a un certo punto mi sono ritrovato al mio quarto anno di studi con quasi nessun progetto accademico nel portfolio. Infatti, presentavo già alcuni progetti del mio primo ufficio, insieme a quelli dei concorsi.

Ovviamente, col tempo ho anche iniziato a semplificare il mio stile di presentazione: si inizia sempre mettendo un sacco di roba, con l’ansia di rendere il portfolio più denso, più bello, ma poi si tende ad essere via via più astratti, per renderlo più semplice. Ma come ho detto, quando si comincia a lavorare e a parlarne con i colleghi, si inizia a comprendere concetti come “più semplice significa più chiaro” (anche se non è necessariamente così), e che anche il concept con cui si presenta il portfolio è molto importante.

Irgen Salianji: Portfolio

In effetti, quello che hai detto mi porta subito alla prossima domanda. Ho notato che non hai organizzato i progetti nel tuo portfolio in ordine cronologico. Mi sono fatto un’idea del perché tu l’abbia fatto, ma potresti approfondire? Che idea stavi seguendo quando hai organizzato i progetti nel tuo portfolio?

Eh, sì, questo è sempre un bel problema! Ovviamente, l’ordine cronologico può essere comunque un’opzione, ma personalmente non lo trovo utile da un certo punto in poi. Immagino che gli studenti lo trovino particolarmente adatto, perché in quel periodo accresci velocemente le tue abilità e puoi vedere i tuoi progressi da un progetto all’altro. Io trovo più utili altre tipologie. Ad esempio, si possono suddividere i progetti in ordine programmatico o tipologico, oppure per scala: si inizia dai progetti più piccoli per arrivare a quelli più ampi. Tuttavia, secondo me, l’ordine più pertinente è relativo alla categoria di progetto: accademica, professionale o concorsi, e ricerca.

Hai mai provato a mettere i tuoi lavori migliori all’inizio, i meno riusciti al centro e i più riusciti alla fine? È una cosa che io solitamente faccio nei miei portfolii: metto i miei progetti migliori all’inizio, perché so che le pagine centrali verranno solo scorse velocemente. E poi metto un progetto davvero buono alla fine, per lasciare un’impressione duratura. Che ne pensi? 

Sì, anche questa è una questione sempre aperta. Io gli darei un’importanza secondaria. Una volta fatta la suddivisione, allora magari penserei a quale categoria mettere per prima, e, per ogni categoria, quale progetto dovrebbe andar prima. Ma è sempre bene iniziare con i tuoi progetti migliori, dato che saranno i primi ad essere visti. La prima impressione è importante e, ovviamente, anche l’ultima è decisiva. Direi che il primo progetto dovrebbe catturare l’attenzione, e l’ultimo dovrebbe lasciare un qualcosa.

Irgen Salianji: portfolio

Parliamo della tua formazione accademica. Nell’ultima intervista, abbiamo parlato con Monty, dal Canada, il quale mi ha raccontato che la loro “cultura del portfolio” inizia piuttosto presto, in quanto vi sono dei tirocini obbligatori a partire dal secondo anno. In Italia si tende a costruire il portfolio piuttosto tardi, specialmente al Sud. E in Grecia com’è? Pensando ai tuoi colleghi e compagni, a che punto hanno iniziato a costruire un portfolio? 

Non ho fatto mai domanda per un lavoro in Grecia, ma da quel che ho sentito, gran parte degli studi lì non richiede un portfolio per fare domanda, solo il curriculum vitae. È uno strano modo di assumere architetti, perché significa che la gente non è tanto interessata al tuo lavoro, quanto all’esperienza che possiedi. Nonostante ciò, credo che noi abbiamo una “cultura del portfolio” piuttosto forte. Come ti dicevo prima, la prima volta che ho effettivamente costruito la struttura per un portfolio è stato quando stavo per partecipare all’Erasmus Placement, il mio primo tirocinio, ma anche prima di allora di solito realizzavamo portfolii per fare domanda per diversi workshop, anche al secondo anno.

Quindi l’ammissione ai workshop da voi avveniva in base al portfolio.

Sì, anche se solitamente ne chiedevano uno molto breve, abbozzato. Per cui non era una gran fatica, ma era comunque la prima volta che ci veniva chiesto di fare un portfolio. Ed era interessante perché, normalmente, dal momento in cui inizi i tuoi studi al momento in cui costruisci il tuo portfolio, non ti capita mai di raccogliere tutto insieme quello che hai fatto fino ad allora. Dopo inizi ad avere un’idea di ciò che hai fatto, e ti rendi anche conto di cosa manca. Ad esempio, quando metti insieme i progetti, vorresti che abbiano un unico linguaggio di rappresentazione, e vedi le lacune, le cose che non sei riuscito a realizzare, le cose in più che hai fatto per un singolo progetto… ed è importante capire veramente ciò che il progetto richiede, ciò che sai fare meglio (o peggio!), e come poi potrai creare una coerenza all’interno del tuo portfolio.

Irgen Salianji: portfolio

Sì, capisco… per il mio primo portfolio volevo ridisegnare tutto, per dare coerenza al mio lavoro. Non avevo del bel materiale visuale per i miei progetti. Avevo solo dei disegni piuttosto insipidi! Inoltre, non avevo quasi nessun render, per cui ho dovuto imparare a farli da zero. Questo processo mi ha aiutato a sviluppare un tema coerente, cosa a cui si approda col tempo.

In realtà, questa è una cosa che non ho mai fatto; non ho mai creato nuovo materiale per i progetti nel portfolio. Sono completi, e non ho mai creato altro materiale per progetti già finiti. Cercherei piuttosto di adattare il materiale esistente di ciascun progetto.

Forse è per questo che il tuo portfolio è molto vario, dal punto di vista dello stile rappresentativo. Molti dei portfolii che ho visto sono piuttosto coerenti, e usano lo stesso stile per tutti i disegni contenuti… si nota che sono fatti dalla stessa persona. Al contrario, i tuoi progetti sono davvero colorati e mescolano diversi linguaggi visivi: non usi un linguaggio personale ma, invece, utilizzi un mix di soluzioni, laddove la maggior parte della gente sceglierebbe un unico stile di rappresentazione. Come mai questa scelta?

Sono a favore di una certa coerenza, ma non quando si tratta dei progetti. Credo che il portfolio debba essere coerente e dotato di continuità, ma ciò non deve necessariamente riflettersi sui progetti. Non cambierei il materiale che ho per rendere il portfolio coerente; piuttosto, troverei un formato per il portfolio che permetta ai progetti di esprimersi in modo un po’ diverso fra loro. Parlando in generale, il mio modo di lavorare è piuttosto variegato, per cui non c’è qualcosa di specifico che mi piaccia. La presentazione ruota sempre intorno ai progetti e nasce sempre da una sorta di produzione spontanea. Ovviamente ci saranno alcune cose che vanno fatte, probabilmente andranno fatti render, schizzi, modelli, ma saranno diversi per ogni progetto. Molte volte arriva un momento durante un progetto, in cui discutiamo quali diverse rappresentazioni possiamo  introdurre.

Irgen Salianji: portfolio

Immagino che avere nel tuo arsenale una tale gamma di stili e soluzioni richieda molto lavoro di ricerca. Come trovi l’ispirazione per i tuoi lavori e qual è il modo più efficace per presentare un progetto? 

Mi piace molto il lavoro di squadra e progettare facendo ricerche. Soprattutto per i concorsi, realizziamo sempre un booklet, un mini-portfolio per progetti singoli, anche se non è necessario presentarli. Nel booklet mettiamo tutto il materiale che abbiamo prodotto: il processo, tutta la produzione, e anche le prime immagini, quelle non presentabili, cosicché quando rivediamo il materiale possiamo vedere il processo e l’intera metodologia. Di solito portavo con me questi booklet anche ai colloqui di lavoro. Assieme alla domanda inviavo il portfolio, mentre ai colloqui portavo i booklet dei progetti presenti nel portfolio. In questo modo il portfolio diventa la summa di un lavoro più ampio, completamente documentato, e l’intervistatore può sfogliare un progetto specifico… perché il portfolio non è mai abbastanza! Nel portfolio puoi creare una panoramica dei progetti, ma se ti interessa anche il processo ti serve una corretta documentazione.

Vero. Chi fa domanda di lavoro spesso presenta solo il risultato finale, ma uno dei segreti per un buon portfolio è descrivere il processo di progettazione. Beh, dipende anche dal tuo scopo finale. Ad esempio, se fai domanda per un programma universitario dovresti proprio descrivere il processo. Invece, credo che sia un po’ meno necessario nel caso di una domanda per un posto di lavoro; tuttavia potrebbe comunque essere interessante per un eventuale datore di lavoro.

E questa è la parte interessante della discussione! Un argomento di dibattito molto frequente tra colleghi e amici è “cosa mostri nel portfolio?”. Racconti una storia fedele o esprimi le tue capacità? Io credo dipenda dal tipo di lavoro che stai cercando e, probabilmente, da dove e quando stai facendo domanda. Direi che è possibile organizzare il portfolio in due modi. Se si fa una cronaca e si racconta una storia in modo accurato, si può inserire all’interno della narrazione del buon materiale, ma non proprio rilevante. Oppure, si può fare un altro tipo di portfolio che mostri le capacità che possiedi. In quel caso, magari, l’organizzazione sarà un po’ casuale, o sarà meno importante che mostrare i prodotti.

Forse un portfolio che presenti un tipo di narrazione sarà in qualche modo più abbozzato, perché verranno inseriti materiali come studi volumetrici in polistirene oppure schizzi, ma è molto più efficace nel mostrare il processo. In teoria, dovremmo sempre cercare un equilibrio e mostrare il nostro processo con del bel materiale, ma questa è una delle difficoltà nel creare un portfolio. 

Perché a un certo punto dovrai scegliere cosa includere e cosa lasciare fuori, no? E quando fai questa scelta, il portfolio cambia.

Hai detto che ti interessa molto anche la ricerca, e nel tuo portfolio hai inserito dei lavori editoriali davvero interessanti. Cosa mi puoi dire a riguardo? 

In verità, sono stato grandemente influenzato dal mio periodo presso OMA e dal loro dipartimento di ricerca (AMO), dai loro libri, dalle loro pubblicazioni, e in particolare dal loro modo innovativo di rappresentare la ricerca, cosa in genere molto difficile. Si cerca sempre di andare oltre il testo e le immagini; si usano collage e diagrammi per trovare combinazioni interessanti dei dati di ricerca e per presentarli. Certo, AMO ha una vastissima esperienza nell’editing, nella ricerca e nella rappresentazione dei risultati dei loro studi. Ad ogni modo, in Grecia ci viene richiesto di realizzare un progetto di ricerca prima del progetto finale, e le due cose hanno quasi pari importanza. Nel mio progetto di ricerca ho analizzato le città globali e come le innovazioni nelle tecnologie dell’informazione le stiano avvicinando. C’è un boom di città in alcune parti del mondo, come l’America meridionale o l’Asia, e l’urbanizzazione sta conquistando il mondo, non solo sul terreno fisico ma anche su quello digitale. Tutte queste analisi hanno prodotto ricerche e dati che dovevano essere compressi in forma di grafici e integrati con immagini e testi. Il processo di inserimento di tutte queste cose in un libro non è molto differente dalla creazione di un portfolio, e credo ci sia una metodologia di lavoro comune: la difficoltà è inserire molte informazioni, presentarle e comprimerle in un libro o in un booklet che qualcuno dovrà leggere e cercare di capire.

Tirana Surplus Urbanity - di Irgen Salianji

Ok. E per finire, dimmi una cosa del tuo portfolio che vorresti mantenere e una cosa che vorresti cambiare il prima possibile.

La cosa che vorrei mantenere nel mio portfolio è qualcosa che molti tendono a ignorare, ma che a me piace molto sviluppare: la prima parte. Quello che di solito faccio nei miei portfolii è creare una panoramica, prima di inserire i progetti. Tra l’indice e i primi progetti si possono inserire diverse pagine… ad esempio, si potrebbe inserire un’immagine per ogni progetto, o perfino una mappa con segnati i luoghi dei progetti. Per dire, una mappa dell’Italia, se studi in Italia, o una mappa dell’Europa, se hai partecipato a concorsi in Europa. Un altro tipo di pagina di apertura che ero solito fare, era una comparazione in scala dei progetti contenuti nel portfolio. Possono essere rappresentazioni piuttosto brillanti che possono colpire il lettore, prima ancora che inizi a guardare i progetti.

Irgen Salianji: portfolio

Un po’ come le infografiche! E la cosa che vorresti cambiare il prima possibile, se ce n’è una?

Non saprei cosa modificare, dato che l’ho reso così semplice che non c’è nient’altro da cambiare! Tu cosa cambieresti, per esempio?

Forse rivedrei un po’ l’impaginazione, creerei una griglia di immagini e userei la stessa griglia per tutti i progetti, per avere un layout coerente. Cercherei di renderlo quanto più pulito possibile usando margini e spazi bianchi, invece di comprimere le cose. Ma questo è solo il mio personale modo di lavorare. Cerco di essere davvero minimalista e nei miei documenti c’è un sacco di spazio bianco.

Sono d’accordo a metà: io non userei sempre una griglia. Ma mi piace quando le cose sono organizzate e messe in sezioni, e mi piacerebbe sviluppare ulteriormente l’intera struttura del mio portfolio, il modo in cui riesce a raccontare una storia in modo fluido e comprensibile per il lettore. È sempre difficile integrare un gruppo di progetti diversi tra loro all’interno dello stesso layout e dello stesso schema, e conferirgli integrità e coerenza.

Già, è piuttosto difficile quando hai materiali diversi da progetti diversi. Non solo a causa dei differenti stili di rappresentazione, ma anche per via dei diversi formati dei documenti. Talvolta ti ritrovi con assonometrie lunghissime, altre volte hai dei render alti, ed è molto difficile trovare il taglio giusto per tutto il materiale.

Ma la griglia e il tipo di stile che scegli sicuramente aiutano a rendere la presentazione più chiara.

(Traduzione italiana ed editing a cura di Federica Gaeta)


 

Dimmi la tua!

Un grande grazie a Irgen! Questa chiacchierata è stata decisamente ricca di spunti utili. Per me lo è stato sicuramente, e spero anche per te! Tanto per iniziare, farò tesoro del suo suggerimento sulle pagine introduttive! E tu? Cosa ne pensi dei suggerimenti di Irgen riguardo alla costruzione del portfolio? Lasciami un commento proprio qui in basso! Oppure, se sei timido, usa semplicemente i pulsanti qui sotto per condividere l’articolo coi tuoi colleghi ;-)

Ah, prima di salutarci ovviamente ti lascio qui sotto il link al portfolio di Irgen su ISSUU. Clicca sul bottone del tuo social preferito qui in basso e vai a dare un’occhiata! Dico sul serio, non puoi davvero perderlo!

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Noi ci vediamo al prossimo articolo. A presto!

Federico

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